MALEDETTO IL SUO MOMENTO

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Un quartiere di periferia ed un agente immobiliare. Un anonimo bar come tanti ed un suo assiduo frequentatore. Un racconto che parla di case e della violenza con cui cambia Milano.

È arrivato il mio momento – ultimamente Marco se lo ripete spesso. Non solo nella sua testa, come un mantra che lo accompagna dalle prime ore del giorno all’imbrunire, Marco lo ripete a tutti. Lo ripete mentre gironzola a testa alta trascinando il suo orgoglio per il quartiere. Ogni tanto lo incontro al bar dei cinesi. Quel bar all’angolo tra la via Padova e via del Cemento.

Quel bar con le vetrate opache, non certo per la qualità del vetro, ma per la cura ad esse prestata. Si intravedono alcuni tavolini mal sistemati davanti ad un bancone spoglio da cui spiccano una decina di pizzette su un espositore; alcuni dicono siano lì da anni, un’esposizione triennale alla sua seconda edizione. A sentir queste voci, l’assembramento di farinacei era talmente piaciuto ai frequentatori, alla vista si intende, che i proprietari del bar, alla fine del primo triennio, avevano concertato con l’autore di siffatta perfezione un prolungamento di tale installazione. Voci che solo il vecchio Max insiste ancora a testimoniare. Solitamente, dopo il quinto bianchino, ricorda con voce rauca il giorno in cui, con grandi preparativi, si fece spazio tra le zuccheriere sul banco per ospitare quelle dieci figliocce d’arte. Quella mattina, racconta, era corso al bar dopo che una banda di pelati l’aveva atterrato riempiendolo di botte perché portava sulla spalla della giacca sgualcita una toppa del Che; o così gli era sembrato di capire. Era corso al bar per affogare l’accaduto in qualche bicchiere ma era rimasto con la gola secca a causa del gran trambusto che teneva tutti impegnati. Era allora finito a spendere una fortuna al cocktail bar dall’altra parte della rotonda. Poi, ammaccato e senza più un soldo aveva nuovamente attraversato la strada per riconquistare la sua solita posizione, là in ammirazione delle nuove arrivate, sperando, sotto sotto, di farsi offrire un altro bicchiere. Questo è quanto spesso comincia a raccontare. Ma chi lo sa se ricorda davvero. Gira voce che l’unica aggressione subita dal vecchio Max, piccolo di statura e con una gamba zoppa, fosse stata per mano di una donna che aveva palpeggiato con insistenza dopo il decimo bicchiere di vino bianco, e che solo allora, per la prima volta, i gestori del bar fossero stati costretti ad allontanarlo momentaneamente dal locale negandogli da bere. Poi che al suo ritorno abbia effettivamente trovato la novità esposta sul bancone, o quel congedo forzato sia stata la giusta occasione per accorgersi di un particolare che la permanenza continuativa portava ad ignorare, questo rimane tra i misteri che là danno sapore al caffè mattutino.

Fuori dal bar campeggia qualche sedia di plastica, rovinata dalla pioggia e dal tempo, che si affaccia su una piccola rotonda. Piccola ma dignitosa, posta al cominciamento del quartiere invita a penetrare tra le vie e gli odori della qasba. Dalle nostre parti è un vero centro di attrazione. Eppure, in città vive di poca considerazione, patendo l’ombra della Grande Rotonda da cui diparte la via Padova. Quella sì che tutti la conosciamo. Una piazza di cui nel tempo si fece un gran parlare. Di cose ne aveva viste tante, grandi folle vi si erano radunate, quando sommesse, quando giubilanti. Ora è uno snodo complicatissimo, molto tecnico, dal quale i venti che arrivano dal nord vengono smistati con ordine per la città. Sembra che in futuro possa diventare un’opera di architettura d’avanguardia, portare la firma del successore di Renzo Piano. Fontane che si avvilupperanno su più piani, un bosco sotterraneo come parcheggio ecosostenibile, costruzioni vetrate che illumineranno a giorno la metropoli rifrangendo i raggi del sole o che secondo altro vociare, in un prossimo futuro, illumineranno della luce metropolitana la scarica massa solare. Sarà lei, la Grande Rotonda, ad inaugurare l’architetto del prossimo decennio. Insomma, un artificio di cui si fa un gran parlare, ultimamente una vera e propria celebrità, espressione della voluttà dell’uomo moderno. Per questo della nostra c’è poco da dire, non perché non abbia storie da raccontare ma perché sarebbe troppo egoista a pretendere di attirare attenzione su di sé. Quando ad essere famoso è il tuo vicino di casa – dice un detto meneghino – meglio pensare ad elogiarlo e sperare di finire nella sua orbita luminosa che mettersi con lui in competizione, nulla di buono può nascere da quest’ultimo atteggiamento. Una rotonda come tante dunque che toglie carattere a quel piccolo bar, il bar dove a volte incontro Marco.

Spesso lo incontro la mattina. Entra, sempre un po’ di fretta, ed ancor prima di aver inondato il caffè di zucchero, gonfia il petto e rivolgendosi ad un ipotetico voi, ripete ad alta voce – È arrivato il mio momento! A volte qualcuno si gira indispettito, altre volte qualcuno lo guarda con tenerezza, non credo ci sia chi gli abbia mai risposto. Non che io provi una certa avversione per le persone il cui momento è arrivato, e credo neanche gli altri, principalmente stranieri, ma, come si fa a prendere sul serio uno sconosciuto che sente la necessità di farti notare che è arrivato il suo momento? La mattina poi, quando la prospettiva del lavoro affonda le ultime tracce dei sogni e delle libertà che la notte concede. Una volta, continuando a tenersi impettito gli è pure andato di traverso il caffè. E mentre un malriuscito tentativo di soffocare le risate si diffondeva per il bar, Marco tracannò velocemente un bicchier d’acqua e fece per uscire. Urtò una sedia, sbatté contro uno dei tavolini, rischiò di rovinare sulle pizzette – non sulle pizzette, ti prego. Guardò tutti di sottecchi e sbatté la porta mentre un brusio divertito ne accompagnava l’uscita. Se da tempo tentava di tenere a freno la sua goffaggine quella mattina ne aveva perso il controllo. Nonostante ciò, per Marco il momento finalmente è arrivato.

Un giorno di novembre, di quelli caldi e soleggiati come solo il generoso XXI secolo è capace di offrici, lo incontrai al parco Trotter. Sedevo su una panchina rimirando il mozzicone che mi si era spento in mano, e Marco, forse riconoscendomi come uno dei soliti frequentatori mattutini del bar, o forse alla ricerca di quel suo affezionatissimo ipotetico voi, mi si sedette accanto. Nessuno lo interpellò, o almeno io non lo feci, ma cominciò a raccontare, e così, nonostante cercassi di prestare poca attenzione, mi costrinse a seguirlo tra i suoi ricordi.

Ricordò quando da bambino un po’ sovrappeso cercava di rivendere le merendine ai suoi compagni di classe durante l’intervallo. Mi chiedo se il fatto che non sia mai dimagrito voglia dire qualcosa. Mi raccontò che, nonostante gli ammonimenti della mamma che lo voleva ingegnere e lo pregava di finire di studiare, aveva cominciato a vendere i doppioni delle figurine, poi vecchie biciclette ed infine un po’ di fumo. Non durò a lungo, a furia di vantarsene finì preso per le orecchie da una pattuglia di zona. Ma questi conoscevano sua mamma e le riportarono il piccolo furfante dalla lingua lunga. Troppo lunga. Ciò nonostante Marco non si fermò. Sono anni che fa sempre lo stesso mestiere, Marco vende. Ora vende case. Vende, non affitta, ha tenuto a precisare, perché con l’affitto hai a che fare con i poveracci. Nessuna garanzia, poi quelli ti rovinano la casa. Basta affitti, ora si vende e si compra.

Passa le giornate a gironzolare per via Padova e le vie limitrofe alla ricerca di case, quando trova un portone aperto si intrufola su per le scale, bussa, suona i campanelli ed appena qualcuno apre la porta gli domanda – Vuole vendere queste casa? Questo è il momento giusto, io e la mia agenzia potremmo farle una buona valutazione – Non vuole guadagnarci dei soldi? Se lei l’ha comprata a 1000 ora la rivendiamo a 4000. – Sei in affitto? Parlerò con il proprietario. – Sei immigrato? Non è più la zona che fa per te. – Sei appena arrivato? Beh, rivendila subito, e poi, perché non sei passato da me? Marco insiste. Fa leva su debolezze personali, vede uno spiraglio e ci si infila. È questo il suo lavoro. Tutti vogliono venire a vivere a Milano, ora va di moda la sua zona, quel cerchio d’ombra che gode la vicinanza della Grande Rotonda, e lui, che vende case, non ha che da svuotarle dai vecchi inquilini e riempirle nuovamente. Non ha che da convincere i proprietari che affittare le case non conviene più. – O la vendi o la utilizzi per affitti temporanei, l’agenzia gestisce tutto- ripete spesso al telefono. La mattina svuota, il pomeriggio riempi. La mattina racconti alle persone che è il momento di vendere, il pomeriggio che è il momento di investire. Svuota, riempi, svuota, riempi, svuota, riempi. Ad ogni passaggio una commissione. Ad ogni commissione la promessa che la successiva sarà più alta. Gira voce che il sindaco lo voglia premiare. Ad ogni passaggio Marco sogghigna – È arrivato il mio momento.

Da qualche tempo al bar della rotonda qualcosa sta cambiando. Molte facce sono scomparse. Sembra in atto il turn-over di fine campionato. Finalmente riposa chi nell’anno si è speso con impegno per colorire le monotone giornate cittadine, lì al bar della rotonda, ora dentro le riserve, chi con il campo di gioco ha meno familiarità. Non riconosco quasi più nessuno. I movimenti impacciati tra le sedie del bar cominciano quasi ad infastidirmi, ma un po’ di gloria, alla fine, non si può negare a nessuno. Sorseggio campari – due cubetti di ghiaccio e una fettina di limone – appoggiato al bancone e preso da una strana malinconia la mia memoria torna a quel Milan-Udinese del 2006, perso dai nostri per 3 a 4. Io ingenuo che cercavo i miei campioni mentre le maglie bianco-nere ci schiacciavano nella metà campo, o meglio, intimidivano sconosciuti che indossavano i nostri colori. 90 minuti di puro smarrimento. Poi tutto a un tratto, subito dopo i tre fischi finali eccole entrare una per una, finalmente le facce a me familiari. Eccoli finalmente tutti insieme, a scaldare il cuore a chi aveva avuto pazienza di aspettarli. Eccomi dunque appoggiato al banco, con la solita pazienza, ad aspettare ancora una volta una fine trionfale mentre i cubetti di ghiaccio hanno finito di annacquare e scolorire il mio bicchiere. Questa volta ho però l’impressione che nessuno farà risuonare il fischietto e che quelle che ho scambiato per riserve sono in realtà le nuove facce a cui dovrò abituarmi.
Incontro persone che si lamentano del caffè perché non è di torrefazione e delle brioches perché non sono di pasticceria. Mah, penso io, proprio qua devi venirle a cercare? Sarà dieci anni che hanno sempre le stesse brioches, e poi il caffè non è così male. Qualcuno borbotta senza troppo riguardo che manca il Cynar, ma quello tutti lo sanno, ai cinesi i carciofi italiani non vanno a genio, e poi di cuori con le spine al bar ce n’erano già in abbondanza. Le vetrate, per cui opache era diventato un epiteto scontato, sembrano aver fatto della trasparenza la loro ragion d’essere, lucidate quotidianamente prima dell’apertura hanno divorziato violentemente dagli acari che vi avevan trovato dimora; e pure quella famosa e controversa esposizione di pizzette da un giorno all’altro è sparita, o forse è solo finita e, dopo due edizioni, l’autore di tanta arte è passato a ritirare le sue opere. Pensavo di chiedere al vecchio Max, ma anche lui da qualche tempo è completamente scomparso. L’unico a non mancare mai è Marco, anche se ultimamente cerco di evitare il suo sguardo. È un po’ di tempo che mi fissa con occhi indiscreti ed affamati mentre tamburella con le dita sulla pila di volantini che portano lo stemma della sua agenzia, Un momento da non perdere, titolano a grossi caratteri. Butto giù il campari tutto di un fiato, pago di fretta, è arrivato il momento di tornare verso casa.

Questa storia della compra-vendita delle case mi lascia una certa amarezza, ma è possibile che sia così facile cambiare la popolazione di un quartiere? Certo che di fronte ad un’offerta consistente chi rifiuterebbe? Chi non si farebbe ingolosire dalla proposta di un buon guadagno? Chi continuerebbe ad affittare la casa a qualche misero precario? Forse anche io finirei per cedere. Ma no dai, io no. Speriamo che non mi tocchi mai dover decidere, e poi io sto in affitto, devo solo sperare che Marco non arrivi al proprietario, che non arrivi alla casa. E mentre ci penso il campanello suona…dall’altra parte della porta sento una voce fin troppo conosciuta bisbigliare una cantilena – È arrivato il mio momento, è arrivato il mio momento, è arrivato il mio momento.