QUELLI CHE COMPRANO (Maledetto il suo momento – II)

Pubblicato da admin il

Un quartiere di periferia pieno di case in vendita e due facoltosi investitori, un agente immobiliare senza scrupoli ed un bar appena aperto che si distingue per la calda atmosfera.
Maledetto il suo momento torna con un secondo episodio. Dopo aver accompagnato per il quartiere un agente immobiliare, ripercorre ora le stesse strade in compagnia dei suoi clienti. Un racconto che ancora una volta parla di case, di chi vende, di chi compra e di chi abita.

Era proprio un bel posto. Sul tavolo i bicchieri di birra ambrata rifrangevano la luce calda della sala. Cristina e Felice finalmente sorridevano tenendosi per mano, in una stretta liberatoria che scioglieva i nodi della giornata. Era dal viaggio della mattina che non si sedevano a prendere un respiro, dal loro arrivo a Milano non avevano fatto altro che correre. Correre e correre tra il grigio e il giallo pastello dei palazzi di periferia sotto la pioggia che tutto il giorno li aveva tormentati. Ora al bar di via della Mora osservavano al riparo quelle muraglie, sfocate dalla densità dell’aria, un orizzonte avvolgente e apparentemente quieto, turbato da una scritta rossa sbilenca sul muro davanti al locale che emergeva con violenza – è tutta una questione di marketing.

Felice e Cristina erano arrivati quella mattina da Roma. Dire Roma è solo per dire lontano, distante, un bel viaggio. Il treno per la stazione ferma a Trastevere, Termini, Torricola, e dire dalla banchina di Trastevere quei due sono arrivati da Torricola è per dire diversi, altri, un viaggio infinito. Felice e Cristina erano arrivati da Roma Trastevere, per via di un amico, gli aveva parlato di un investimento sicuro, a Milano. Così dopo una faticosa riflessione avevano deciso di programmare il viaggio, di andare a toccare con mano quanto gli era stato anticipato. Era da anni che cercavano porti alternativi all’arcipelago bancario per virare, custodire ed incrementare i propri capitali. D’altronde guardare il mondo dall’alto, con altezzosa quiete, lasciando al doppio vetro che proteggeva il loro attico l’onere di istituire un confine dalla frenesia metropolitana (tutti quei corpi che si assembravano e incrociavano in modo fastidioso in quanto necessario) richiedeva una certa dose di dinamismo. Necessitava essere flessibili e progressisti, pronti a cogliere il momento ed il luogo giusto per investire, per trovare rifugio alle loro ricchezze, anticipando i tracolli che ciclicamente le crisi abbattono sui più imprudenti, e precedendo la morale di chi, a giochi ormai conclusi, ci tiene a far notare che si sarebbe potuto agire in altro modo. Erano mesi però che i due coniugi continuavano ad interrogarsi senza trovare il coraggio dell’iniziativa. Conservare, d’altra parte, era ciò che gli riusciva meglio. Il mondo dall’alto appariva bello e distante.

Dovete investire sulle case, basta rimanere aggrappati al passato, la casa è il futuro – gli aveva ripetuto il dottore, era mesi ormai che di fronte al loro smarrimento ripeteva sempre le stesse parole – e dove investire se non a Milano? Ma questo lo sanno già tutti. Tra i saloni, le fiere, e le prossime Olimpiadi guardare altrove è da sciocchi. Ciò che non tutti sanno però è dove andare. Andate a Nolo, è lì che bisogna guardare, i segnali stanno diventando evidenti. Ora compri all’asta e riaffitti a canoni redditizi, aspetti e rivendi al doppio – non fatevi scappare l’affare. L’investimento è sicuro, il ricavo immediato.

Un affare. Il dottor Ricci Paraccia Paolo, non ne sbagliava una, probabilmente aveva già fatto le sue mosse prima di rivelare un tale affare, forse a Milano c’era già stato, ma voleva bene a quei due coniugi che portavano un solo ingarbugliato cognome: Folchi Vici d’Arcevia. La notizia dunque poteva essere relativamente fresca. Un affare, le case. Eppure, difficile accostare queste due parole per Cristina e Felice, loro che dalle case avevano conosciuto solo sofferenze. Felice, unico figlio, alla morte della duchessa (così si faceva chiamare la madre soprattutto in vecchiaia) aveva ereditato felicemente un grosso patrimonio. Oltre alla sicurezza di avere un cognome ora aveva anche quella di non dover lavorare. Aveva ereditato, tra il resto, un edificio a Firenze, un castello in Abruzzo, un caseggiato a Roma. Grandi erano i progetti che si affollavano tra le coperte in quelle notti d’inverno, sempre beninteso rispettando il lutto per la defunta duchessa. I due coniugi, forse più soci che coniugi, direttori meticolosi d’impresa, della loro impresa siglata con lo scambio di anelli quasi dieci anni prima, a Firenze volevano fare uno studentato, o quantomeno ristrutturare la palazzina. Dieci o venti appartamenti. A Roma avevano intenzione di vendere tutto a parte la sede d’impresa, quell’attico in Trastevere in cui era fiorita la loro complicità. Il Castello in Abruzzo sarebbe stata la loro casa per l’estate e per la vecchiaia. Tutto era già così chiaro. E tutto splendeva, arroccato in cima al mondo, una Bastiglia inespugnabile che, va da sé, non poteva che finire in frantumi.

Quando nel futuro si investono troppe aspettative gli avvenimenti trovano sempre il modo di smentirle. Qualcuno crede che sia il destino a prendersi gioco degli audaci, io credo piuttosto sia l’imprevedibilità del caso a rendere vana ogni proiezione. E fu così che dei progetti discussi e ridiscussi tra i due coniugi finalmente indipendenti non se ne fece un bel niente. Bastarono un paio di giri di stagioni perché tutto andasse in malora, così, da un momento all’altro, lasciando di stucco i due protagonisti. Rimasero sorpresi come i lord britannici di fronte allo sgretolamento dell’impero e alla notizia dei moti d’indipendenza di quelle lontane colonie di cui non tutti conoscevano la precisa collocazione. Insomma, la tipica malora di cui si potrebbero trovare a discutere con parole delicate i protagonisti degli alti salotti romani, non certo la stessa di cui non parla nessuno ma di cui sono piene le vite e le parole di chi abita a Torre Maura. Intendiamoci, Felice e Cristina non erano certo insensibili al disagio degli abitanti delle periferie, ma ne avevano la stessa distaccata e generalizzata opinione di chi nascosto nell’urna prima di segnare una grossa X sui democratici esita passando il pollice a carezza sull’arcobaleno, o ciò che ne è rimasto. Insomma la periferia era un luogo lontano, non certo da frequentare. La patria di un opaco mescolarsi di sventura e miseria, al quale concedere distratte carezze assistenziali.

Ma torniamo alla loro, di sventura. Un sabato mattina, mentre godevano sul loro terrazzo il sole che accarezzava i primi alberi in fiore e invitava i turisti ad evitare la metropolitana e camminare per i vialoni romani, la quiete di casa Folchi Vici d’Arcevia, magistralmente condotta dalle note di Cat di Hiroshi Suzuki, venne improvvisamente interrotta dal ripetuto squillare del telefono. Era la polizia. Sovrintendente Qualchecosa, ufficio DIGOS della Questura di Firenze. Avvisavano che la palazzina di loro proprietà era stata sfondata, in termine tecnico abusivamente occupata, da un gruppo di giovani studenti. Chiedevano se erano interessati a sporgere denuncia. Caldamente invitavano a farlo, per rendere più celeri le procedure di sgombero, che promettevano sarebbero state risolte nel giro di qualche mese. Gli studenti a quanto pare reclamavano un luogo in cui poter vivere in una città dove il turismo aveva reso inaccessibili gli affitti. Immediatamente Felice si era recato a Firenze, era andato da solo perché Cristina stava frequentando un corso di scrittura creativa. Aveva provato ad approcciare i ragazzi promettendo loro un affitto calmierato una volta risistemata la palazzina. Questi però dalla questione degli affitti, senza soluzione di continuità per le orecchie di Felice, avevano cominciato a parlare delle ingiustizie dello Stato, del capitalismo, delle ineguaglianze prodotte dalla proprietà, della solidarietà ai popoli in guerra contro le potenze occidentali, del rifiuto delle leggi, del desiderio della vita in comune. Di anarchia e di comunismo. Insomma, loro non avevano alcuna intenzione di abbandonare lo stabile, c’erano ragioni universali che si stavano radicando in quella comunità. E siccome dietro ogni comunità c’è una palazzina, niente da fare. Felice finì per andarsene, dopo aver provato ad alzare la voce ed essersi preso qualche insulto lungo e articolato, degno di un cognome come il suo.

Erano passati dieci anni e le promesse dello sgombero riposavano impolverate in qualche faldone abbandonato sullo scaffale della questura fiorentina. I giovani studenti ormai erano cresciuti, chi laureato, chi refrattario financo alle imposizioni universitarie. Avevano ormai reso la palazzina una casa di lusso, occupata certo, ma con tutte le comodità che un co-housing necessiterebbe. Orto, palestra, una grande cucina, una lavanderia, una ludoteca, una biblioteca, una sala dove organizzare momenti di convivialità. Era chiaro che non avevano nessuna intenzione di andarsene.

Firenze era stata solo l’inizio. L’inizio della malora (anche se c’è chi osa sussurrare della Giustizia). Qualche mese dopo il suo viaggio a Firenze un’altra volta la voce della polizia aveva schiaffeggiato il povero Felice che stava aspettando la chiamata dell’ingegner Rodolfi per preparare la vendita del caseggiato in Tiburtina. L’ispettore Qualcosaltro, stavolta dalla questura di Roma, avvisava che un gruppo di zingari nella notte aveva rotto alcuni vetri e si era introdotto nella palazzina. Un classico ormai nella Roma degli anni 2000; così gli dissero. I grandi stabili lasciati all’abbandono venivano occupati frequentemente. Vecchi edifici, complessi di uffici, alberghi in disuso, addirittura una caserma. Anche la palazzina di appartamenti disabitati che portava sul portone di legno la targa Folchi Vici d’Arcevia aveva subito la stessa sorte. Dietro a queste azioni si muovevano spesso movimenti sociali che dichiaravano legittima l’occupazione di case vuote per famiglie e persone che non riuscivano a permettersi un affitto. Quella mattina invece di qualche striscione macchiato di slogan era stata una sfilata di camper arrugginiti a dichiarare le intenzioni gitane. Vennero poi i sorrisi increspati sui balconi, i piedi scalzi dei fanciulli che risvegliavano le scale, le nomadi fantasie per abitare la nuova dimora, a scandire il ritmo alla giornata e ad un’acuta tromba che irrompeva nella strada trafficata. Questa volta oltre ad invitare a sporgere denuncia il poliziotto non si era sbilanciato sulle tempistiche dell’azione. Le settimane trascorse dallo sgombero del campo non erano state di facile gestione. I carabinieri avevano organizzato un’operazione eclatante, elicotteri e cavalli, una grande giornata campale. Dal giorno dopo, senza promozioni sul tavolo, era toccato invece alla polizia vigilare i camper ammassati in piazza San Lorenzo, rincorrere le scorribande notturne, mantenere l’ordine in città. Insomma, dissidi interni alle forze dell’ordine nel tempo dei gitani; un’altra situazione che poteva solo andare per le lunghe. Chi avrebbe comprato ora un palazzo pieno di vita la cui usura era assicurata da quel frenetico accamparsi e far di ogni angolo riparato un antro?

Nel mese seguente si assicurò la vendita della casa dove era defunta la duchessa, prima che qualche fantasma vi trovasse comoda dimora. Racimolò così una bella somma di cui in realtà non aveva alcun bisogno. Ma di case Felice non ne voleva più sapere, di soldi ne aveva abbastanza per avventurarsi in investimenti più stabili, in campi protetti, su sentieri già tracciati dove evitando colpi d’azzardo il paniere avrebbe continuato il suo processo di lievitazione. Conservare. Aveva deciso di rivolgersi ad un consulente bancario, di comprare alcune azioni, di ricevere una modesta rendita annuale. Di fare poi delle piccole mosse, di seguire i grandi investitori con piccole somme e poi ritirare. Il rischio a Felice non piaceva troppo, come non gli piaceva stare con le mani in mano e per questo passava le giornate spostando centesimi da una parte all’altra, imparando il gioco della borsa, la potenza delle banche, la loro violenza. Cristina lo accompagnava, altre volte scriveva, custodiva un pianoforte che ogni mattina lucidava ed ogni tanto macchiava una tela di acquerello. Una corsista eclettica. Il soggetto a cui tanta arte veniva dedicata non era altro che quel castello, tra i colli abruzzesi che rappresentava il sogno di una fuga bucolica, il punto di arrivo di una vita trascorsa nella metropoli. Quel pennacchio che si ergeva in solitudine, là, in mezzo alla terra i cui torrenti specchiano i volti della vecchiaia senza renderla indegna. Una terra che i coniugi sognavano, nella quale sarebbero potuti approdare cingendosi di spoglie ducali dopo aver consegnato il timone d’impresa. Una terra che un giorno, senza nemmeno la cortese attenzione di avvisare, tremò, e tremò ancora. Amatrice cadde riversa su stessa, cadde come Roma di fronte ai Lanzichenecchi, cadde e sembrò di stare nella barbarie. Si scoprì poi che la terra, sulle orme di Carlo V, aveva avvisato e nessuno l’aveva degnata di considerazione. Ma questi sono discorsi noiosi, sembra poi che uno voglia sempre farne morale, e allora nulla, la terra tremò, l’Abruzzo si inchinò esausto di fronte a questa ennesima prova di forza. La calce ed i mattoni si sgretolarono, il mattino penetrò come un messaggero della sventura tra i tetti disfatti. L’unica notizia che scampò alla cronaca fu la sorte del castello dei Folchi Vici d’Arcevia. Ben piantato nel terreno fu infatti visto dondolare come un pendolo a scandire e cronometrare la vibrazione, fu visto basculare, accennare rischiosi movimenti. Ma infine non cadde. Lì solo ancora si erge e osserva, spettatore distaccato, la buia sorte che colpì i suoi concittadini. Le case caddero, le rovine si ammassarono. Il ricordo di Lisbona, una città distrutta. Questa volta però non ci fu nessun marchese di Pombal pronto a ricostruire la nuova città moderna sulle rovine di quella vecchia. Questa volta, dopo tante promesse, nessuno ricostruì nulla. Dopo i primi giorni in cui venne allestito un campo provvisorio (ma senza alcuna rivoluzione che intervenne a destituirlo e rifondarlo, dunque perpetuo nella sua provvisorietà), alcuni commissari, funzionari dell’anonimo potere, intervennero per delimitare la zona rossa, l’invalicabile confine dentro al quale il mondo sarebbe stato messo in quarantena (fino a quando? Altri decreti avrebbero legiferato, altri commissari avrebbero controllato e vagliato, altri anni sarebbero trascorsi). E nella zona rossa finì ovviamente l’unico testimone dell’accaduto, più per un attaccamento un po’ troppo ossessivo alla messa in sicurezza che segue le catastrofi che per ragioni di stabilità. Fu così che mentre le opere d’arte che lo raffiguravano aumentavano nell’attico romano il castello si allontanava sempre più dai proprietari, o meglio dal mondo dal quale veniva messo in quarantena. Fu così che Felice e Cristina alcuni anni prima del viaggio che li portò a Milano avevano definitivamente perso ogni potere sull’eredità immobiliare.

Non fu dunque facile convincersi a considerare l’invito dell’autorevole amico di tornare ad investire sulle case. Sperarono fino all’ultimo di ricevere qualche altro suggerimento che li trattenesse a Roma. Lui diceva che il momento era quello giusto – sarà stato forse il destino a richiamare la nostra rivincita? si sussurrarono circospetti una notte d’autunno. Le parole del dottore fecero breccia nei loro sogni, vi trovarono un posto comodo e cominciarono a dirigere i loro pensieri durante la veglia. Li accompagnarono in stazione ad acquistare due biglietti in prima classe per la settimana successiva. Copritevi che là fa freddo, gli aveva ricordato la donna allo sportello mentre il computer finiva di generare i due documenti di viaggio, trasformando in materia quanto fino ad allora aveva goduto l’inconsistenza della chiacchiera disimpegnata.

Così quel giorno di novembre avevano viaggiato ad alta velocità per incontrare a Milano un agente immobiliare, Michele Calasso, dalla voce sembrava un tipo alla mano. L’appuntamento era alle 14.00 in via delle Teghe 12.
-Buongiorno signor…voi siete i signori Folc… – Felice e Cristina – lo anticiparono i due mentre cercavano di ripararsi sotto il cornicione del palazzo. A Milano pioveva. Il taxi non era riuscito a lasciarli davanti al portone, a causa del mercato, che ormai stava terminando, avevano dovuto camminare per un isolato, bagnarsi ed innervosirsi per la sfortunata coincidenza. Cristina aveva sempre odiato i mercati, pieni di gente, di rumore, di odori; troppa confusione, troppa miseria. Il giovane davanti a loro era vestito in completo sgargiante, scarpe lucide, un’ingombrante cravatta che esaltava i colori dell’agenzia, teneva alcune cartellette sotto braccio. Di fronte alle bancarelle in chiusura, ai pomodori schiacciati per terra, alla frutta abbandonata al margine della strada, quel giovane ragazzo sembrava proprio fuori posto.

– Sono Michele, agenzia Casecase. Felicissimo di accogliervi a Milano. Avete visto lungo, è qui che bisogna comprare. Il quartiere è in grande crescita, è vicino al centro, servito dai mezzi pubblici. Ora si chiama Nolo, in molti ci stanno puntando, anche il sindaco ha grandi piani. Un nostro collega forse verrà premiato per l’impegno dimostrato nel pubblicizzare la compra-vendita di case nella zona. Ottima scelta, venire a vivere a Nolo. E poi qua ci sono un sacco di iniziative di quartiere un po’ come nelle capitali d’Europa e tanti artisti ci vivono. E poi qua…
– Piacere Michele. Possiamo cominciare ad entrare? E poi noi non vogliamo venire a vivere qui, ma non importa, entriamo che stiamo gelando. – Michele effettivamente, preso dalla recita del protocollo di presentazione, non aveva ancora aperto il portone di casa. Ci mise ancora un attimo mentre finiva di elencare i festival, le iniziative ed i bar presenti nella zona. Qua non solo comprerete una casa – terminò dinnanzi alle scale – qua comprerete un’esperienza. –

La casa era umida. Un alone di muffa trionfava sul soffitto della sala, o meglio erano due aloni che gareggiavano verso il centro del soffitto, o forse non vi era competizione tra loro ma la ricerca di un incontro. Un vecchio mobilio – non antiquario, proprio vecchio nel senso di vissuto, usato, sudato – arredava il bilocale. Un piccolo ingresso, un bagno minuscolo, una vasca inadeguata alle sue dimensioni proprio nel bel mezzo del locale toglieva ogni ispirazione a dedicarsi all’arte della toilette. Il soggiorno marchiato dalla muffa ed una stanza da letto spoglia e modesta. Due letti singoli, l’uno davanti all’altro, due cassettiere ed un supporto metallico sul muro – qui stava il televisore, i vecchi inquilini l’hanno portato via. – disse Michele mentre invitava Cristina e Felice alla finestra. La stanza dava su un cortile interno chiuso dai palazzi. Un cozzare di odori giungeva al terzo piano, tra fritti e soffritti i due preferirono richiudere subito lo spiraglio. L’altra finestra, quella in cucina, dava sulla strada che i camion delle pulizie cominciavano ad ingombrare aspettando il ritiro delle ultime bancarelle. Felice e Cristina con fare attonito seguivano i movimenti di Michele, quasi ad aspettarsi un colpo di scena che rivalutasse la loro prima visita. – Bene, questa è la prima casa. Se non avete domande andiamo a vedere la seconda e poi l’ultima, stanno qui, dietro l’angolo.

Alle 16.30 la coppia salutò l’agente. Lui propose una stretta bella forte, di quelle che anticipano un grande accordo, Cristina invece ritrasse subito la mano e Felice, nonostante fosse ancora indispettito, fu costretto ad assecondare per qualche secondo il vigore della stretta. L’ultima visita non si era conclusa benissimo. Mentre scendevano le scale e Michele continuava a lodare il quartiere, a descriverne aspetti che loro non riuscivano a cogliere, sul pianerottolo avevano incrociato lo sguardo di due ragazzi arabi. Occhiate gelide, quasi a dire – e voi chi sareste? Non siete i ben venuti -. Invano Michele gli aveva spiegato che era prassi, che queste persone vivevano in case dove non pagavano più l’affitto, dove avevano interrotto mutui, alcuni addirittura avevano occupato, e sarebbero stati i prossimi a lasciare il palazzo. Per questo guardavano con astio. Come voi molti stanno venendo a vedere le case, vanno a ruba. Piano piano la polizia le svuota e arriveranno studenti, famiglie italiane, ed i nuovi stranieri, cioè i turisti. Con quelli sì che si vanno grandi affari.
– Non preoccupatevi, dovete avere fiducia. Le cose cambieranno grazie a persone come voi. Grazie a persone che vengono qua e comprano case. Allora anche le strade saranno meno lerce e le facce delle persone meno arcigne e rovinate. È tutta una questione di case. -. Felice era rimasto indispettito. Felice non riusciva a fidarsi delle parole dell’agente, troppo degrado nelle strade, le facce, gli odori, ma in che posto erano finiti? Ad un festival etnico?
– Ma è sicuro che poi nessuno ci sfonda la porta?
– Vi ripeto che qua a Nolo state comprando un’esperienza, non solo una casa. Dovete fidarvi, farvi catturare dalla possibilità di un nuovo modo di vivere. Il quartiere 2.0. La promessa di poter essere finalmente al centro di qualcosa di importante. Non è il momento di fare un’esperienza? La prima battaglia che faremo tutti insieme è contro il degrado. La polizia è pronta ad intervenire immediatamente, le occupazioni non sono più tollerate, la sicurezza è garantita. Nessuno sfonderà la vostra porta e vedrete che dopo aver dato qualche ritocco alla casa ci sarà la fila per affittarla. Noi gestiamo tutto, la commissione è vantaggiosa. E detto tra noi, pedate nel culo a questi, che pensano di fare i furbi infilandosi nelle case, glie le abbiamo già tirate. – concluse Michele con un occhiolino che velava una curiosa inesperienza.


Alle 16.30 Felice e Cristina si trovarono finalmente soli, in Via della Mora, in cerca di un posto dove riscaldarsi e bere qualcosa prima di ripartire aspettando che spiovesse.

Volevano due caffè. Sicuri? – chiesi indicando la lavagna esposta, che recitava E’ il momento di fare un’esperienza. Si dimostrarono interessati, d’altra parte era tutto il giorno che ne sentivano parlare di questa fantomatica esperienza. Gli consigliai le birre artigianali, mi chiesero due Boch, gli proposi allora un aperitivo, un buon tagliere di affettati e formaggi. Accettarono anche quello. Meno male, la giornata era stata abbastanza scarica. Anche questa volta qualcuno curioso di esperire la vita. Cristina colse il momento per un selfie. Sentii vibrare il telefono, qualcuno ci aveva taggati su Instagram. A Milano, che esperienza, scriveva Cristina Folchi Vici d’Acervia sopra la fotografia.
– E’ aperto da tanto?
– No, qualche mese. Voi abitate qui?
– No, a Roma. Siamo venuti a vedere delle case. Però ci sembra così cupo il quartiere, così povero, così periferia. Complimenti per il locale. Come mai avete aperto qua?
– Perché qua ci piace. E poi sta cambiando tutto. Diciamo che abbiamo fatto una scommessa, tante persone stanno puntando su questa zona. I primi che arrivano ci guadagneranno. Bisogna solo tenere duro, aver pazienza. Adesso le strade sono piene di mobili accatastati, di spazzatura, ogni giorno polizia, urla, perdigiorno per le strade. Le cose cambieranno, il sindaco ce l’ha promesso. Ha pure acconsentito a cambiargli nome. Qua siam mica in un quartiere dormitorio, al Giambellino o a Tor Bella Monaca, qua siamo a Nolo, North of Loreto.
Dicevo così, sognavo pensando ai nuovi clienti che operazioni come quella di Felice e Cristina mi avrebbero portato. Certo avrei fatto difficoltà ora a trasferirmi in zona, però avrei lavorato di più, e chissà, magari prima o poi anche io avrei potuto investire in quartiere. Era tutto una questione di case, una questione di marketing, stava scritto anche sul muro. Fare dell’esperienza una questione di marketing, conveniva un po’ a tutti. Il mondo dal basso appariva così misero, vicino, ineluttabile.